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Quanto incide la qualità dell’arrangiamento di un brano sull’impatto sonoro finale?

Fonìa e arrangiamento sono due concetti molto legati fra loro, possiamo dire che sono consequenziali.

“La figura dell’arrangiatore è paragonabile a quella di un architetto o di un sarto che mette a disposizione dell’artista o del cliente la sua competenza, esperienza, creatività e mezzi al fine di poter creare e consegnare un prodotto musicale il più possibile vicino allo stile e alle esigenze dell’artista.” (Lorenzo Sebastiani)

In questo articolo non mi addentrerò nel significato della parola “arrangiamento”, che potrete trovare ben rappresentato su questo link, ma cercherò di decifrare le corrispondenze che si possono rilevare tra le due fasi sopracitate di produzione musicale, con riferimento particolare alla canzone.

Iniziamo con l’accostare la funzione dell’arrangiamento ad un vestito che una donna dovrà indossare. Questa donna sarà la melodia del brano. Come ogni vestito di un certo pregio viene disegnato appositamente per la figura che lo indosserà, così l’arrangiamento viene realizzato attorno a quella melodia e, spesso, anche in una forma adatta a valorizzare l’interprete della stessa. Questo disegno “sartoriale” dovrà valorizzare le caratteristiche positive di chi lo indosserà e, allo stesso tempo, dovrà cercare di nascondere o mitigare i possibili “difetti”.

“Un arrangiamento è efficace quando riesce a interpretare la musica e il testo esaltandone il significato e la sonorità…” (Lorenzo Sebastiani)

Questo concetto di “vestibilità” dell’arrangiamento è fondamentale anche dal punto di vista della fonìa. Nella fase di mixaggio quello che accade in maniera quasi naturale è che il fonico crei uno “spazio” in termini dinamici e frequenziali attorno alla voce del cantante rendendo perfettamente ritagliata la sua immagine sonora rispetto all’arrangiamento. Per fare un esempio, una voce chiara e soffiata necessiterà quasi sicuramente di porzioni sonore di arrangiamento che le diano un “caldo” tappeto sulla quale adagiarsi, donando una sensazione di completezza a livello di frequenze percepite. E’ raro infatti che un arrangiamento ed un mix realizzati intorno ad un soggetto possano funzionare altrettanto bene per un altro.

“Non credo sia importante creare un bell’arrangiamento, piuttosto è fondamentale concentrarsi sull’arrangiamento giusto per ogni canzone e per l’artista.” (Lorenzo Sebastiani)

Come è noto ai musicisti esiste un aspetto verticale ed uno orizzontale in musica. L’aspetto verticale è quello che riguarda l’esecuzione di più suoni simultaneamente mentre quello orizzontale descrive l’evoluzione nel tempo del suono, quindi una successione di suoni (o note musicali). Questo concetto è applicabile più o meno allo stesso modo alle funzioni dell’arrangiamento.

Il primo degli aspetti riguardanti il punto di vista verticale è la quantità di strumenti presenti in un dato momento. Essa apporta ricchezza all’arrangiamento. Partendo dal presupposto che ogni strumento dovrebbe suonare in un range specifico, man mano che più strumenti vanno ad aggiungersi la finestra sonora dell’ascoltatore va riempiendosi. Parlare di “ricchezza” non vuol dire che per fare un buon arrangiamento occorre riempire ogni istante del brano con decine suoni. Vuol dire che in quel momento l’arrangiatore ha deciso di fornire pienezza per dare un determinato messaggio musicale. E’ uno strumento utile. Come lo è sfoltire ai minimi termini il contenuto sonoro perché anche quello è un messaggio. Dal punto di vista della fonìa più strumenti sono presenti nel brano in un determinato istante, tanto più ridotto sarà lo spazio frequenziale che ciascuno strumento potrà avere a disposizione. Ecco perché una delle operazioni più difficili e importanti in fase di produzione è quella di eliminare tutto ciò che non apporta un significativo valore musicale al brano. Si mette in mute un arpeggio di chitarra e ci si domanda: “ne sento la mancanza?”: se la risposta è “no” si potrà liberare dello spazio energetico da destinare ad altri suoni più importanti. Un’altra spia di allarme si può avvertire quando in fase di mixaggio si continua progressivamente ad abbassare il volume per cercare di “tenere a bada” quel determinato suono; con molta probabilità è meglio disattivarlo. E’ importante specificare che la gestione dei volumi nonché delle frequenze permette di attribuire maggiore rilevanza ad uno strumento piuttosto che ad un altro. Ma questi strumenti non sono utilizzati solo dal fonico, anche l’arrangiatore in fase sperimentale e preventiva può farne uso, alle volte anche in modo creativo. Per questo motivo un arrangiatore è anche consapevole ed utilizzatore di strumenti di fonìa, come al contrario un fonico deve essere in grado di analizzare, valorizzare ma soprattutto comprendere l’arrangiamento. Soprattutto nell’era attuale del midi arranging l’arrangiatore diventa sempre più sound designer, particolarmente nei generi di musica electro.

Oltre che alla quantità di strumenti presenti si può osservare la tipologia degli stessi. Anche questo è molto importante ai fini della fonìa perché il tipo di strumento ne determina anche il suono. La scelta quindi di quale suono utilizzare in un determinato momento è, praticamente,  fare mix! L’arrangiatore quindi dovrà non solo scegliere lo strumento in funzione dell’espressività dello stesso o di ciò che evoca; dovrà essere attento a come riempire lo spettro di frequenze per, ad esempio, non invadere la voce del cantante. Tanto per fare un esempio, cambiare tipo di shaker può dare una svolta al brano. Eppure non ci si crederebbe. Ciascuno strumento ha una frequenza fondamentale (in base alla nota che suona) ma ciò che lo rende riconoscibile e distinguibile da altri strumenti sono le frequenze armoniche che si trovano al di sopra di quella fondamentale e che, tanto per complicare le cose, cambiano nel tempo, attraverso le più svariate modulazioni (inviluppo). Ecco che si capisce quanto sia complesso e tutt’altro che immediato il processo di arrangiamento di un brano. L’arrangiatore dovrà scegliere degli strumenti aventi delle caratteristiche ben definite: anzitutto suoni aventi frequenze NON troppo vicine fra loro (a meno che non si voglia creare un unico oggetto sonoro), scegliere gli strumenti in modo tale che si crei una completezza armonica ma che sia anche tutto trasparente e intellegibile, scegliere suoni che avvolgano al meglio il timbro dell’interprete, infine sfruttare l’intera finestra delle frequenze (musicalmente paragonabile alle ottave) per donare un senso di pienezza al brano nei momenti opportuni. Il concetto dello sfruttamento dell’intero spettro di frequenze è fondamentale anche ai fini del loudness. Occupando infatti ogni “buco” di frequenze dello spettro udibile sarà possibile arrivare ad ottenere un livello di energia percepita più elevata; il risultato è un mix che suona più forte e più ricco.

Altresì importante sarà l’altezza alla quale l’arrangiatore farà suonare ogni strumento. Ogni strumento ha una propria estensione ma occorrerà scegliere il range entro il quale potrà produrre la migliore sensazione musicale unito al miglior incastro con gli altri strumenti in termini di frequenze. Questo è necessario poiché tutti gli strumenti condividono parte della propria estensione con altri. Un esempio tipico sono i rivolti su un pianoforte. L’uso dei rivolti ha prima di tutto un significato musicale, in secondo luogo ne ha uno spettrale. Un rivolto non opportuno provocherebbe la formazione della cosiddetta “zona fangosa”, ossia una somma di frequenze molto vicine che impedirebbe agli strumenti coinvolti di essere riconoscibili. Lo studio dei rivolti è solo un esempio di come sia possibile, dati gli stessi strumenti e parti musicali, ottimizzare l’insieme per il risultato finale. Un altro esempio sono le innumerevoli posizioni possibili sulla tastiera di una chitarra. E poi ci sono strumenti che lungo la loro estensione mutano sensibilmente il loro timbro….insomma, le variabili di intervento sono pressoché infinite.

Una parentesi la aprirei per sottolineare quanto la tonalità di un brano sia alle volte rilevante ai fini del suono risultante. Questo dipende dal fatto che molti strumenti agli estremi della loro estensione producono suoni meno “utilizzabili”; inoltre, determinate tonalità sono più agevoli dal punto di vista della praticità di esecuzione da parte degli strumentisti. Un tipico esempio è la chitarra folk: posizioni cosiddette “aperte” producono un suono più vivo e prolungato rispetto a posizioni “barré”, quindi sono preferibili. Un cambio di tonalità ad arrangiamento concluso, di conseguenza, potrebbe comportare una revisione delle parti strumentali, non solo per eventuali fuoriuscite dal range di estensione degli strumenti ma anche perché l’insieme delle frequenze si è spostato troppo in alto, lasciando deficitaria la zona bassa dello spettro sonoro.

Passando all’aspetto orizzontale dell’arrangiamento parliamo della sua dinamicità, ossia della sua evoluzione nel tempo. Esso deve accompagnare e valorizzare la melodia secondo una struttura complessa (strofe, ritornelli, intro, strumentali, ecc…), fornendo i giusti cambi e variazioni, incastri ritmici e costruzioni armoniche ma sempre al servizio della melodia e dell’interprete della stessa.

L’immagine qui di seguito mostra le relazioni fra frequenze e strumenti musicali (fare clic sull’immagine per ingrandirla).

frequenze_strumenti_musical

Ma tutto questo come può influenzare il mix? Iniziamo con l’affermare che le frasi strumentali non dovrebbero sovrapporsi, semmai incastrarsi. Non ci si può aspettare un mix super definito se al suo interno vi sono problemi di questo tipo. In secondo luogo è fondamentale che le dinamiche di esecuzione di ciascuna parte musicale siano appropriate; l’uso dei compressori a fini correttivi aiuta a contenere variazioni indesiderate di volume. Il problema è che il volume è ben diverso dall’intensità con cui una nota viene emessa da uno strumento: in quest’ultimo caso il timbro varia in funzione dell’intensità stessa. Idealizzando potremmo affermare che un arrangiamento efficace suonato da ottimi musicisti e registrato magistralmente funzionerebbe già bene con tutti i faders fissi e senza alcun processamento. Il lavoro di mixaggio a quel punto servirebbe solo a dare il valore aggiunto in termini di ricerca sonora. Non si perderebbero tempo e risorse ai fini della correzione.

Nella pratica si tende, in fase di registrazione, a “buttar giù” tutte le idee che magari, in fase di pre-produzione, non sono venute in mente, forse perché meno ispirati. Questo è possibile grazie alle tecnologie DAW (Digital Audio Workstation) che consentono, anche un minuto prima di chiudere il mixaggio, di mettere in mute una frase musicale di troppo. Ed accade quasi sempre che ogni musicista aggiunga del suo durante le registrazioni. Tutto ciò è ammesso dalla pratica comune in fase di produzione; l’importante è che chi di dovere abbia le idee chiare e segua il corso dei lavori, assumendosi le responsabilità delle proprie scelte.

Nel caso di una band, la figura finora menzionata dell’arrangiatore coincide quasi sempre con la band stessa. Ogni componente ci mette del suo dialogando musicalmente con gli altri. Ma tutte le caratteristiche e gli aspetti su cui porre attenzione restano gli stessi. Non di rado accade che band formate da musicisti tecnicamente non eccelsi sviluppino arrangiamenti davvero efficaci. Si perché efficace non vuol dire complesso, spesso soluzioni semplici sono da preferire.

Come per tutte le altre fasi della produzione, la regola vigente è che occorre fare le cose al momento opportuno evitando di posticipare il problema a valle. Così è anche per l’arrangiamento. Altrimenti ci si troverà nella necessità di sbrigliare i nodi, si perderanno tempo ed energie e con buona probabilità si otterrà un risultato deludente.

“La musica è una cosa seria.”

drummer

Un termine di uso comune tra i musicisti ma anche fonte di dibattito in studio di registrazione, quando si cerca di definirne i limiti.

Il significato della parola “groove” è definito come una serie ritmica che si ripete ciclicamente, in genere dopo ogni battuta (cit. Wikipedia). Il verbo “to groove”, invece, significa “divertirsi intensamente”. Ecco che quindi nell’uso comune abbiamo un risvolto tecnico ed uno artistico, quest’ultimo perché legato al concetto di sensazione che scatena divertimento. Questa sensazione scaturita dall’ascolto produce a sua volta un’emozione, ecco perché ogni groove è un messaggio musicale ed è, come altri messaggi musicali, suscettibile di interpretazione.

Ho introdotto l’aspetto emozionale del groove perché quello di cui vorrei parlare in quest’articolo è il problema che si presenta spesso in studio di fronte alla registrazione di una parte ritmica (batteria in primis), problema perché si arriva di frequente a momenti di disaccordo fra fonico e musicista oppure fra i componenti stessi della band. Il nodo fondamentale della questione è “quanto lasciare libero il groove?” oppure “quanto intervenire in fase di editing?”. Il sottile confine esistente fra “tiro” e “fuori tempo” diventa subito un dilemma. Non esiste una regola tecnica grazie alla quale è possibile annientare i dubbi. Groove è Sensazione e quest’ultima è una caratteristica soggettiva. E allora vuol dire che tutto può funzionare? Evidentemente no. Perché alcuni batteristi, produttori, musicisti, registrazioni…sono passati alla storia per aver creato dei groove memorabili?

La faccenda si complica perché vuol dire che le sensazioni che proviamo ascoltando questi fantastici groove ci accomunano, toccano la maggior parte di noi nel profondo e ci fanno muovere in massa davanti al palco o in una discoteca. Ecco che la sensazione soggettiva si espande sotto forma di linguaggio sonoro globale; senza dire una parola e sicuramente anche ad occhi chiusi migliaia di persone percepirebbero questo messaggio ritmico traducendolo in movimenti del corpo.

Ecco perché l’interventismo in ambito tecnico in studio (editing) è una scelta importante, anzi fondamentale. Sono convinto che in ogni situazione esiste solo un modo, perfetto, di intervenire: quello che comunica il messaggio ritmico nel miglior modo possibile. E questo modo può essere anche quello del non intervento o, al contrario, della quantizzazione. Dopo diversi anni di esperienza nell’editing ho capito che l’approccio fa la differenza e, spesso, degli errori ci si rende conto a produzione chiusa.

Ciò che accade in studio, la maggior parte dei casi coi non professionisti, è che l’esecutore del groove, di fronte alla scelta di come intervenire con l’editing, si senta “minacciato” da un’eccessiva “messa a tempo” e, di conseguenza, sterilizzato del suo messaggio musicale. Questo è normale, nessuno ama farsi correggere, soprattutto se si è studiato per anni. Il problema è che il confine fra un groove “perfetto” e un groove frenante è sottile ed è sempre definito addirittura in pochi millisecondi. Non stiamo parlando di un colpo fuori tempo, nettamente percepibile, ma di spostamenti così piccoli da essere facilmente soggetto di interpretazione.

L’interpretazione che ciascuno dà all’ascolto di un groove scaturisce da diversi fattori: esperienza musicale e di ascolto, orecchio critico, carattere e personalità, capacità di astrazione…in altri termini è il proprio bagaglio personale. Quando il produttore artistico è un singolo, il problema è presto risolto. Decide lui se un groove va bene oppure no e quanto eventualmente intervenire. Il groove diventa quindi espressione del musicista, veicolata però dal produttore. Se invece è una band ad autoprodursi la situazione è più complessa perché anzitutto spesso non esiste un vero rappresentante del gruppo, inoltre si trovano pareri discordanti se non opposti. Ecco che il più delle volte il fonico fa da ago della bilancia. Succede anche che i musicisti non conoscano nemmeno il concetto di editing e non capiscano quindi l’importanza di tale fase di produzione. Sono i casi in cui è facile che si impieghi più tempo per l’editing che per le registrazioni! E’ invece nei contesti top-level che si gioca il dettaglio ed è quell’attenzione al dettaglio a fare la differenza. Ma, come si è detto in precedenza, sono necessari dei presupposti tutt’altro che comuni.

Se ascoltassimo tanti dei grandi successi del passato, quando computer e click erano termini sconosciuti, noteremo che avevano un “tiro” tutt’altro che legato al concetto di “precisione metronomica”. Ma erano insieme, sintonizzati perfettamente nel vortice del messaggio musicale, come se fosse solo una persona a comunicarlo. Non solo, queste “oscillazioni” di un batterista che tira avanti su una linea di basso che tira leggermente indietro comunica una precisa sensazione, magari non ragionata da parte dei musicisti ma sicuramente voluta. Non sono dettagli lasciati al caso perché non c’erano i mezzi per poter intervenire. Ho sentito spesso giustificazioni alla propria impreparazione da strumentista come anche assurde comparazioni con gruppi storici del rock. Ragazzi, scusate, ma esiste “Imperfezione” ed “imperfezione”. Una di queste è scritta con la “I” grande. Mi permetto di citare una frase che è entrata a far parte del mio bagaglio da musicista di un noto fonico/produttore Luciano Torani: “La musica è una perfetta imperfezione”. Nulla da aggiungere!

Nella produzione moderna la tecnologia ha permesso di ottimizzare o addirittura ricreare un groove funzionale. Soprattutto nella modalità overdub di registrazione (quando gli strumenti vengono registrati uno per volta) l’eventualità che il groove inteso come “tiro” si perda o si affievolisca non è insolita. Questo è prevedibile perché quando al contrario i musicisti suonano contemporaneamente, guardandosi, sviluppano quel famoso messaggio comune, una sorta di onda che muoverà l’ascoltatore. Ed è in queste occasioni che l’editing non appare solo una tecnica di correzione dell’errore ma assume una valenza artistica e creatrice. Il fonico di editing manipola i colpi e gli accenti nel tempo, nella dinamica e nella timbrica e cerca di connotare il sound di insieme che altrimenti rischierebbe di apparire sterile. Si, esatto, anche nella timbrica, perché il groove si costruisce anche sul suono. Ci sono generi costruiti proprio su queste tecniche oppure singoli brani che acquistano il 50% in più di incisività del messaggio musicale grazie ad un processo di editing e programmazione molto accurato (vedi ad es. i Muse). E’ chiaro che tutto ciò che è stato scritto non è applicabile solo alla batteria ma a TUTTI i suoni presenti nel brano. Tutto ciò che produce ritmo! Non ci si fa caso spesso, ma la ritmica vocale in molti casi “tira” più del resto, batteria compresa.

In conclusione, il groove è un potente strumento comunicativo del messaggio musicale, il difficile è averne da una parte il perfetto controllo, dall’altra l’innato talento di saperlo veicolare.

MELO

E’ un argomento scottante che spesso trova pareri opposti. Capiamo di cosa si tratta e in che modo può essere utilizzato questo potente strumento tecnologico. Faremo riferimento ad uno dei software più utilizzati al momento nonché uno dei più duttili: il Melodyne.

Ma prima di tutto, cos’è l’intonazione? Dal punto di vista tecnico è la variazione dell’altezza di un suono in funzione del tempo. Ed è infatti così che viene presentata all’interno della finestra dei diversi software. Questo suono può essere di varia natura; anche se il Melodyne viene utilizzato soprattutto per le voci, esso può essere utile per qualsiasi fonte sonora di natura melodica (ad es.: violoncello, flauto, synth monofonico, eccetera).

Ora veniamo al dunque: perché intonare una voce? E in che modo farlo? Iniziamo col dire che l’intonazione artificiale è una scelta di produzione e, in quanto tale, fa parte di quell’idea stilistica e di suono che si desidera ottenere. Non è vero che l’intonazione perfetta è sempre la strada giusta; come per altri strumenti melodici la voce si esprime attraverso suoni che crescono o calano dinamicamente, che partono da una nota e arrivano ad un altra, che vibrano…insomma non da note sempre centrate come se fossero suonate da una tastiera (effetti elettronici a parte!). In linea di massima si parte da questo principio per decidere se e come intervenire sull’intonazione di una performance vocale. Accade spesso che per qualcuno una nota sia accettabile mentre per altri non lo è: qui di solito subentra il dialogo e chi ha maggiore “potere” decisionale finisce per avere l’ultima parola. Il cantante solitamente ha un peso rilevante perché è della sua voce che si tratta e quindi della sua espressione. E’ da queste piccole sfumature che viene fuori la personalità del progetto, da quanto la produzione si vuole discostare dallo standard del genere. Esistono generi che vincolano molto più di altri l’aspetto dell’intonazione, il pop ad esempio impone maggior rigore rispetto al soul.

Nel momento in cui si importa una traccia vocale in uno di questi software accade qualcosa di “magico”: ciò che è udibile diventa visibile e da quel momento tutto può sfuggire di mano. Si riesce ad analizzare la voce come se fosse un referto medico dove nulla viene lasciato al caso! Osservate l’esempio riportato nella figura in basso: è una frase cantata all’interno di una canzone INTONATA ARTIFICIALMENTE (fare clic sull’immagine per ingrandirla). Come detto in precedenza in senso verticale viene mostrata l’altezza (note) mentre sull’asse orizzontale è presente il tempo. Perciò andando da sinistra verso destra possiamo leggere come la frase melodica si evolve. Le forme di colore rosso e giallo mostrano l’intonazione media di quella porzione melodica. Le righe a penna fine invece mostrano l’andamento istante per istante dell’intonazione. Gli spazi tra uno e l’altro indicano le pause tra le sillabe. Possiamo notare come la frase è composta da sei sillabe e che le note vanno dal LA al SI e poi al DO diesis.

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La successiva figura invece riporta la stessa frase nel modo in cui è stata cantata originariamente.

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Vediamo che le note non corrispondono sempre al centro della nota di riferimento (barra laterale sinistra). Alcune di esse sono a metà tra il SI e il DO ad esempio. Questo non vuol dire che sono stonate (solamente guardando il grafico) perché il Melodyne ci mostra in quel modo l’intonazione media e questo vuol dire che magari la nota parte in un modo ed arriva in un altro! In questo ci aiuta la linea fine, certo, ma soprattutto il nostro orecchio! Dopo tanti anni di intonazione via software ho imparato che è il nostro orecchio ad avere l’ultima parola, mai i nostri occhi!  Ecco perché è molto pericoloso utilizzare in modo incontrollato questi software, perché è facile farsi prendere dalla voglia di “vedere” tutte le note perfettamente centrate! Consiglio di ascoltare il brano senza guardare lo schermo e segnare a penna sul testo ciò che richiede valutazione. Dopo aver corretto quelle singole frasi si rieffettua la stessa procedura finché non si è pienamente soddisfatti. In tal modo si risparmia tempo e si preserva l’espressività del cantante.

Questi software sono potenti e indispensabili strumenti per la produzione musicale. Ma come per tutti gli strumenti è l’uso che se ne fa a fare la differenza. Un uso eccessivo finisce per appiattire l’espressività di una performance canora: se pur intonatissima la voce risulterà fredda e priva di comunicazione emozionale. Usato invece con moderazione questo software può colmare eventuali deficit del performer (con notevole risparmio di tempo ed energie) e può dare lustro ad un’esecuzione “quasi” perfetta. E’ come la ciliegina sulla torta!

Il Melodyne come altri software dedicati non solo è utile ai fini dell’intonazione artificiale: esso può mostrare lo “stato di salute” del cantante. Come una radiografia questi grafici mostrano la qualità di un vibrato, la capacità di tenuta delle note, la qualità del flusso d’aria delle cavità risonanti. Naturalmente occorre saper “leggere” questi grafici ma questa è una qualifica propria dei fonici specializzati! Ecco che una sessione di registrazione e di successiva intonazione diventa un’imperdibile occasione di studio e verifica delle proprie capacità attuali.

Detto ciò…vi aspetto in studio! 😉

Let's talk about Music Production

Metronome_(pendulum_swinging)

Registrare col metronomo: ne vogliamo parlare? Come e perché farlo: una scelta anche questa di produzione. Contribuirà a questo articolo Marco Rovinelli, batterista professionista (Samuele Bersani, Zero Assoluto e tanti altri) nonché proprietario di uno studio di registrazione.

Anzitutto sfatiamo il mito secondo il quale “quelli bravi registrano a click”. Non c’è niente di più sbagliato! A volte si pensa che la registrazione musicale moderna imponga una pseudo-perfezione in termini di timing (andare a tempo) da parte di tutti i musicisti così che ogni colpo ed ogni pennata cadano esattamente “in griglia”. Questa è una caratteristica peculiare di alcuni generi come la techno o la dance, ma al di fuori di queste eccezioni il timing, così come ad esempio il groove di un brano, nascono naturalmente dalla band, e contribuiscono a definire quello che si chiama “sound di gruppo“. Il metronomo è solo un riferimento attorno al quale costruire il ritmo con l’obbiettivo di “far tirare il pezzo”. Detta così è semplice….nella pratica è un risultato difficile da ottenere. Cosa vuol dire “tiro” del groove? Vuol dire che quando si fa play il tuo corpo non riesce a contenere la voglia di muoversi, fai avanti e indietro con la testa e non riesci a premere stop. Vuol dire che senti una piacevole ondulazione scatenata da accenti, colpi e pause. E questo non é dettato dal perfetto combaciare dei colpi sul click anzi, da quella “perfetta imperfezione” (cit. Luciano Torani) fatta di colpi “tirati in avanti” oppure “tirati indietro” che dà un preciso significato musicale. Ma occorre piena padronanza, nessun ostacolo che separa la vostra mente dallo strumento. Non si può far passare un’incertezza ritmica per un’intenzione voluta…si percepisce! Anche i beat loops che si trovano in commercio spesso contengono colpi non “quantizzati” ossia non esattamente a metronomo; se si provasse a quantizzarli perderebbero gran parte del loro tiro! Ci sono casi in cui invece è voluto ed è efficace l’uso di un groove perfettamente a tempo, ma è importante non considerarlo come una regola fissa.

“Suonare con il click ha finito per far sovrapporre i concetti di andare a tempo e suonare con groove, sacrificando la seconda cosa a favore della prima. Molto spesso si può anche essere precisi con cassa e rullante sul click ma non dare tiro al brano. Questo perché il groove è la risultante di tutte le suddivisioni del beat che creano un’onda ritmica, un mix di note suonate e spazi lasciati dai silenzi. Il click spesso ci da solo un riferimento sui tempi forti ma è quello che succede in mezzo che determina il groove. La storia della musica è piena di grandi groove senza un tempo metronomico perfetto, mentre oggi si ascoltano spesso batterie perfette, con un tempo costante, ma senza un groove che trascina.” – Marco Rovinelli

Il presupposto essenziale per registrare con il click è saper suonare a click. E’ una pratica da applicare ben prima di accedere in studio. Occorre studio, tecnica. E’ una forma di specializzazione, in primis del batterista. Non solo: occorre che tutti i componenti della band sappiano suonare a click o, per lo meno, che si siano esercitati a sufficienza nel seguire il batterista mentre segue il click. Suonare a metronomo non è una prerogativa esclusiva del batterista. Inutile quindi perdersi in futili tentativi, si rischia non solo di perdere tempo e denaro ma anche di perdere la concentrazione ed ottenere un risultato sicuramente peggiore. Meglio riproporre una situazione analoga a quella della sala prove: si stacca il 4 e si suona tutti assieme.

“Certamente oggi saper suonare con il click è una abilità imprescindibile nel lavoro del batterista, o meglio del musicista in generale. Ma l’editing è di grande aiuto nel rimettere tutti in linea con la griglia e risultare più precisi. Quello che le macchine non possono fare è di far si che una band abbia un groove complessivo, derivato dal suonare assieme in un certo modo con una certa pronuncia. La cosa peggiore che può accadere è che ogni musicista abbia un modo diverso di intendere un certo ritmo, in quel caso è meglio ingrigliare tutto. Le grandi sezioni ritmiche hanno un tiro derivante dalla sommatoria dei vari musicisti, un bilanciamento fatto di piccole magiche sfumature. Ecco perché a volte è meglio registrare tutti insieme “alla vecchia” per cogliere questa energia nella registrazione. Se invece si suona col click tutti assieme può essere pericoloso farlo sentire solo al batterista: pur ascoltando il loro compagno gli altri musicisti potrebbero continuamente farlo uscire dal seminato con conseguenti oscillazioni del nostro “timoniere” per rientrarvi, non proprio piacevoli all’ascolto esterno, una situazione pericolosa anche nei live.” – Marco Rovinelli

Detto questo, la scelta dell’uso del click non deve essere pensata in termini assoluti, ma relativi a ciascun brano. Di conseguenza anche l’editing assume criteri relativi. Ad esempio, una delle considerazioni da fare è se il brano adotta un tempo fisso (stabile) oppure se necessita di cambi di tempo, rallentando, velocizzando, eccetera. In quel caso potrebbe essere impossibile suonare con metronomo, soprattutto se questi cambi di tempo vengono suonati “a feel” dai musicisti, ossia ogni volta in modo leggermente diverso. Registrare con i cambi di tempo (tempo changes) è comunque tecnicamente possibile: conoscendo l’esatta struttura del pezzo essi si possono programmare in anticipo ma è anche indispensabile che ciascun musicista sappia adeguarsi immediatamente al cambio, spesso improvviso. Se invece si tratta solo di rallentando finale (come la maggior parte delle volte accade) allora è facile disattivare il click in corrispondenza dell’inizio del rallentando. Esistono diversi espedienti per fronteggiare queste situazioni, fortunatamente la tecnologia in questo è un grande ausilio.

“Tutte queste espressioni musicali sono meglio registrate senza click, ma serve una band coesa che suoni veramente assieme, frutto o di tanta esperienza professionale o meglio di tanti turni e concerti fatti assieme. Si diventa una cosa sola, un corpo unico. Un approccio più tecnico legato a griglia e editing è frutto del turnismo e della velocità odierna nel registrare, dove il musicista spesso non ha il tempo di interiorizzare un determinato feel o cambio di tempo, e la band, se suona assieme, non ha occasione di creare una propria pronuncia uniforme.” – Marco Rovinelli

Un aspetto altresì importante sull’uso del metronomo in sala di ripresa è l’ascolto. Il tipo di strumento che scandisce il tempo in cuffia dovrà avere un timbro che riesca ad emergere in maniera netta rispetto al resto, compatibilmente però con i rientri nei microfoni da evitare. Il volume non deve essere impostato così alto da non far percepire come evolve il resto. Deve in un certo senso rinforzare il groove generale. Il batterista nella maggior parte dei casi ha un livello di click più elevato, gli altri musicisti seguono principalmente la batteria perciò utilizzano un livello di click inferiore o addirittura potrebbero decidere di farne a meno. La scansione spesso è in quarti ma può essere utile raddoppiarla, soprattutto se il brano è lento. Una scansione più o meno serrata influenza il batterista nel modo in cui avverte e suona il groove.

Uno strumento alternativo al click, molto efficace, è un pattern ritmico da seguire che funge da metronomo. Risulta più naturale e musicale del click ma è rischioso poiché influenza l’esecuzione. E’ infatti consigliabile costruire un groove piuttosto semplice che influenzi il meno possibile (ad es. un 8 beat). Questa soluzione è efficace spesso per chi non è ferrato sul click standard.

“Il volume del click è fondamentale ma anche qui serve buonsenso: se la pre-produzione è buona si può abbassare il click e cercare di suonare sul brano, se è approssimativa allora meglio click a palla e cercare una precisione assoluta. Ma se il volume del click è troppo alto finiremo comunque per non sentire bene neanche il nostro strumento, sacrificando così un buon suono, un buon bilanciamento degli elementi del set e probabilmente anche il relax nell’esecuzione. Ma è un errore che abbiamo fatto tutti davanti al terrore del flam tra cassa, rullante e campanaccio! Creare un pattern ritmico invece del solo campanaccio come click è un buon augurio che mi faccio ogni capodanno, ma poi nelle session non succede mai…” – Marco Rovinelli

Il grande vantaggio, in termini tecnici, dell’uso del click è la possibilità di editare in modo molto più semplice e con maggiori possibilità. Teoricamente, se il brano viaggia su un loop di batteria sempre uguale, è sufficiente selezionare la misura suonata meglio e replicarla fino alla fine! E’ possibile quantizzare i colpi, ossia spostarli esattamente sulla griglia metronomica. E’ facile copiare una parte del primo ritornello sul secondo e così via… Tutto questo è praticamente impossibile (con risultati soddisfacenti) se non si suona a click. In quel caso occorre suonare bene e tutto, dall’inizio alla fine. L’uso del metronomo consente di registrare nella cosiddetta modalità overdub. Consiste nel registrare uno strumento per volta, di solito partendo da batteria e basso. Ma questo è un altro articolo! 😀

“Anche se oggi si è spesso meno rigidi sulla precisione in griglia, ma ovviamente questa tolleranza dipende dal brano e dagli elementi dell’arrangiamento, suonare col click facilità il lavoro di creazione del brano. E’ cambiato il modo di lavorare: ognuno registra da solo, anche in città diverse, e spesso su un arrangiamento non definitivo. Avere tutto in griglia permette di fare cambiamenti di ogni tipo in momenti successivi alla registrazione, di scegliere elementi che ci piacciono da varie takes, di aggiungere o togliere parti del brano, una flessibilità da cui non si può più prescindere. Spesso quando registro nel mio studio non posso fare una take definitiva, ma devo dare diverse possibilità esecutive, timbriche o di fill alla produzione in modo che alla fine possano scegliere in modo efficace. Se poi questo sia un grandissimo difetto del recording moderno, beh ne possiamo discutere…” – Marco Rovinelli

Stay tuned on next blog!!

 

Let's talk about Music Production

Let's talk about Music Production

Ecco finalmente il secondo articolo dedicato ai cantanti in studio. Nel precedente abbiamo discusso dei presupposti, ora affronteremo l’aspetto pratico della registrazione in studio: preparazione, ambiente e importanza dell’ascolto. Tutto questo supportato dall’esclusivo contributo di Valeria Rovagnati, cantante e vocal trainer presso CosaScuola MusicAcademy Forlì che ha lavorato come solista e corista in sala di incisione per diversi anni a Milano.

Con il successivo articolo, poi, concluderemo l’argomento affrontando le metodologie di registrazione e infine il tema caldo dell’intonazione artificiale.

Prima di arrivare in studio come ci si prepara? Fatto di non poco conto, considerando due aspetti: quello fisico/biologico e quello psicologico/motivazionale. Le corde vocali e il diaframma sono dei muscoli; come tutti gli altri tipi di muscolo presenti nel nostro corpo risentono dello stile di vita, di eventuali sforzi, degli agenti atmosferici, eccetera. E’ per questo motivo che prima di una performance canora, sia in studio che dal vivo, occorre sapersi salvaguardare già da diversi giorni prima. Ad esempio, non prendere freddo, condurre una dieta sana ed equilibrata, dormire bene. In particolare, sarebbe meglio cantare a stomaco vuoto o almeno 3 ore dopo i pasti, evitando ad esempio bevande gassate. Questo perché si lascerebbe al diaframma libertà di manovra per una corretta impostazione di canto. Anche le caramelle alla menta sono da evitare poiché restringono le corde vocali.

“Sciogliere eventuali tensioni muscolari, soprattutto schiena e spalle prima di cantare, oltre un minimo di vocalizzi leggeri, aiuta ad essere più rilassati, presenti, consapevoli e a lasciare uscire meglio le emozioni.” – Valeria Rovagnati

L’aspetto psicologico è influenzato da quello fisico ed è altresì importante. L’obbiettivo è arrivare al momento della performance motivati, preparati e soprattutto ispirati, fatto quest’ultimo che può fare la differenza fra una performance espressiva, coinvolgente ed una no. Purtroppo non è tutto controllabile, bisogna tener presente che stiamo parlando di stati d’animo e può succedere di eseguire una performance non soddisfacente! Bisogna accettarlo senza farne un dramma.

L’ispirazione viene da dentro ma è necessaria anche la presenza di un ambiente piacevole e stimolante che fornisca al cantante l’energia di cui ha bisogno. Anzitutto fate in modo di avere una temperatura in sala di ripresa gradevole. Se siete costretti a cantare col giubbotto addosso c’è qualcosa che non va. Nel caso fosse attiva l’aria condizionata attenzione perché può essere letale per le vostre corde vocali! Meglio abbassarla. In secondo luogo l’illuminazione: molto spesso è meglio spegnere le luci (addirittura si può provare con le candele!), lasciando magari solo la luce soffusa del leggìo. Quest’accorgimento funziona soprattutto per brani soft.

“Riguardo l’ispirazione bisogna essere sempre se stessi, ma anche questo è il risultato di un percorso personale strettamente legato all’emissione del cantato.” – Valeria Rovagnati

La privacy è un altro elemento da tener presente: scegliete, se possibile e se per voi è meglio, di non farvi vedere da chi è dall’altra parte. Sapere che qualcuno ti osserva spesso inibisce, fatto assolutamente da evitare. Quando si registra in studio bisogna fare tutto il possibile per sentirsi a proprio agio e non bisogna aver paura di chiedere troppo o peggio, di rompere le scatole. Tutto concorre al risultato. Fate in modo da avere una bottiglia d’acqua a temperatura ambiente a portata di mano, per sicurezza procuratevela prima di andare in studio, nel caso non fosse a disposizione. Ultimo consiglio, assicuratevi di avere molto spazio intorno a voi, sia perché uno spazio angusto in genere isola e “soffoca” psicologicamente, sia perché dovete avere la libertà di muovervi per esprimervi al meglio. La gestualità è a mio avviso indispensabile e, peraltro, dovrebbe scatenarsi naturalmente. E’ alquanto improbabile cantare in modo espressivo restando fermi come dei robot!

“Già usare bene il diaframma porta ad essere più consapevoli e a gestire meglio le emozioni anche nella vita di tutti i giorni oltre che su un palco o performance in sala incisione.” – Valeria Rovagnati

Veniamo ora all’aspetto dell’ascolto. E’ spesso poco considerato ma è fondamentale. Innanzitutto non è detto che debbano usarsi necessariamente le cuffie. Tecnicamente è meglio poiché riducono fortemente i rientri nel microfono ma se questo dovesse pregiudicarne la performance è meglio cambiare strada. In effetti è possibile avvalersi di una piccola spia posta di fronte al cantante, come in un setup dal vivo. Naturalmente ogni caso è a sé, si discute con il fonico e si cerca il miglior compromesso. Se si utilizza la cuffia invece si possono provare diversi modi di indossarla. Col fatto che i cantanti studiano senza cuffie (per ascoltare la propria voce) risulta spesso efficace spostare al di fuori dell’orecchio uno dei due lati della cuffia. In tal modo si percepisce la propria voce “dal vivo” ma anche la base sulla quale cantare. Una tecnica alternativa (per avere un buon bilanciamento destra/sinistra) è allontanare leggermente le cuffie fuori dal condotto uditivo (avanti o indietro); quanto allontanarle lo si dovrebbe stabilire mentre si prova per ottenere il miglior bilanciamento di volumi. Io consiglio sempre di effettuare tutte le prove del caso finché non si ottiene il proprio optimum. Una volta stabilito come indossare le cuffie occorre curare il proprio mix di ascolto. E questo è l’aspetto più delicato. Istintivamente molti cantanti vogliono ascoltare la propria voce molto alta. E questo è sbagliato. La voce dev’essere regolata in modo tale da non sopraffare la base sulla quale si canta e soprattutto deve fornire una risposta dinamica quanto più vicina possibile a quella naturale. Se infatti la voce è troppo alta si tenderà a crescere in intonazione, al contrario con una voce troppo bassa si tenderà a calare. La base deve essere ben mixata, spesso infatti, dato che il mix definitivo si realizza dopo la registrazione delle voci, ci si ritrova un premix poco curato che magari risente di grossi problemi di livello. Il basso ad esempio è un elemento cardine per l’intonazione del cantante. Se risulta sbilanciato è un grosso problema. La base, se pur non definitiva, deve coinvolgere il cantante ed aiutare l’ispirazione. Non abbiate timore nel dire “Sento il basso troppo alto” oppure “Quella frase di chitarra mi dà fastidio”. O semplicemente, se non avete dimestichezza con l’ascolto critico, “C’è qualcosa che non va, non mi sento a mio agio”: se dall’altra parte avete un professionista vi garantisco che il problema si risolve. A tal proposito imparare ad ascoltare in modo critico diventa un’arma vincente: riconoscere i singoli strumenti e saper capire cos’è che non va diventa un bagaglio indispensabile, superato un certo livello. I professionisti ce l’hanno e spesso conoscono la musica (il cantante è, se vogliamo, anch’esso uno strumento musicale!). Oltre che nel contenuto è importante anche capire se la dinamica è giusta. Per dinamica intendo l’escursione in termini di volume dalle note più lievi a quelle più forti. Dovreste avere una percezione chiara di ogni nota emessa: l’aiuto tecnico si chiama compressore. Esso riduce quest’escursione ma deve essere anche regolato bene. Un eccessiva compressione non vi farà percepire il naturale sfogo delle note più forti. Partite senza di esso, provate per l’intero brano e poi deciderete se usarlo o meno. Ovviamente questo presuppone una certa dimestichezza, ma pian piano si può imparare.

Non perdete il prossimo articolo, concluderemo questo argomento!

Let's talk about Music Production

 

Partiamo dalle fondamenta: melodia, armonia e ritmo. La melodia è l’espressione più elevata in musica e il cantante si rende mezzo interpretativo di essa. E’ quella che fischietti quando pensi ad un brano. Ecco perché il cantante è considerato il protagonista di una canzone. Proprio per questo egli deve avere padronanza e conoscenza del proprio strumento e, non meno, dell’ambiente col quale va ad interagire. Non entrerò in merito alle tecniche di canto, che rimando ai soggetti competenti, ma approfondirò l’interrelazione con il mondo della registrazione.

L’aspetto più importante da cui partire è l’estensione ossia il range di note che si riesce ad eseguire dalla più grave alla più acuta. Ciascun cantante ha una propria estensione e questa riguarda non solo la nota più acuta che è capace di emettere ma anche la più bassa (spesso trascurata). Chi studia canto sa che l’intera estensione è da suddividere in vari registri (voce di petto, voce in falsetto e voce di testa) ciascuno dei quali corrisponde ad un determinato timbro. Questo gli permette di destinare un particolare colore alla voce rispetto al brano (ne parleremo più avanti). Il cantante dovrebbe considerare la nota più bassa non in senso assoluto ma quella che riesce ad eseguire in maniera qualitativamente sufficiente! Così come deve sapere il limite più alto oltre il quale la nota emessa appare strozzata, se pur intonata, e provvedere ad un corretto passaggio alla voce di testa. In accordo con l’estensione si stabilisce la tonalità del brano da eseguire. Potremmo dire che è l’altezza alla quale gli strumenti suoneranno. E’ questo il passaggio fondamentale, il cantante è a proprio agio, sicuro, ed è il primo passo verso la valorizzazione delle sue capacità. Non bisogna farsi prendere dallo sconforto se è necessario abbassare la tonalità (rispetto all’originale, se si canta una cover), cantare non vuol dire gareggiare a chi “fa il più bell’acuto”!

Il ritmo, anch’esso caratteristica fondamentale, è strettamente legato al concetto di tempo. E’ fatto di note più o meno lunghe, pause, accenti. La melodia ha un ritmo, essa si incastra con quello degli altri strumenti e tutto questo funziona bene di solito ad una precisa velocità. Anche questo è spesso poco considerato. Una melodia cantata ad un tempo metronomico troppo lento diventa pesante e attendista e mette in difficoltà il cantante, sia sul piano tecnico perché dovrà sorreggere fino in fondo note molto lunghe, sia sul piano interpretativo. Al contrario un tempo troppo veloce non permette all’ascoltatore di gustarsi appieno la melodia e allo stesso tempo mette in crisi il cantante con la respirazione (spazi per prendere fiato troppo corti). La prova da fare è cantare la melodia a cappella, anche a mezza voce, lasciandosi prendere dall’istinto; subito dopo si prova anche a suonarla e ci si aggiusta di quel poco che serve. Di conseguenza il cantante dovrà “studiarsela” annotandosi anche dove prendere fiato. Attenzione! Il fiato è anch’esso componente musicale e dovrà essere collocato in modo che sia musicale oltre che funzionale.

Ed ora passiamo al timbro, caratteristica non secondaria ai precendenti, espressione in termini di “colore“. Lo si può aggettivare in vari modi, ad esempio caldo, graffiato, fresco, tagliente, profondo, vellutato, etc… tecnicamente viene definito in funzione del contenuto armonico della voce ed è a tutti gli effetti l’impronta vocale di ciascuno di noi (cantanti e non). Abilità del cantante è quella di saper scegliere e modulare il timbro in funzione di ciò che vuole esprimere. Diventa quindi uno strumento di interpretazione musicale. Il timbro è fortemente capace di comunicare uno stato d’animo, un’emozione. E’ però anche il risultato dell’impostazione nel canto. Ad esempio, cantare in falsetto è considerato di effetto più morbido e delicato che cantare di petto; cantare in modo più “soffiato” (caratteristica del genere pop) riconduce a sensazione di maggiore intimità. Saper padroneggiare queste caratteristiche rende automaticamente il cantante più espressivo e capace soprattutto di comunicare un’emozione legandola al testo e alla melodia che in quel momento sta interpretando. Ascoltate i brani di successo, analizzateli. Scoprirete che non sempre l’acuto è di voce piena e ciò non vuol dire che il cantante non lo sappia fare. E’ una scelta! E magari è quella più emozionante. Spesso differenti caratteristiche timbriche vengono utilizzate sapientemente per creare dinamicità all’interno del pezzo: la prima strofa ad esempio può essere più morbida e intima rispetto alla seconda più spinta e aggressiva. Questo crea interesse nell’ascoltatore durante l’intero brano (ne parlerò più approfonditamente in uno dei prossimi articoli).

Legato al concetto di timbro è quello di vibrato. E’ l’oscillazione in termini di intonazione e volume all’interno di una singola nota emessa. Il vibrato non è opzione esclusiva del cantante, può essere applicato a qualsiasi fonte sonora. Lo ritroviamo sempre presente nel canto lirico anche perché è conseguenza naturale di una corretta tecnica di canto. Ho assistito a definizioni del tipo “In quel punto ti trema la voce”, ebbene è da distinguere la scarsa capacità di sorreggere il diaframma con la naturale fuoriuscita del vibrato. Per chi volesse approfondire consiglio il sito Cantare Facile, mi sembra molto professionale. Questo non vuol dire che un cantante deve utilizzare sempre il vibrato, esso è un’opzione e in quanto tale può essere il giusto abbellimento come essere totalmente fuori luogo! Anche in questo caso è utile analizzare i grandi interpreti, capire anche quanto tempo tenere la nota “dritta” prima che entri in azione il vibrato. E’ logico pensare inoltre che il vibrato espone meno il cantante alla stonatura: è più facile infatti percepire la stonatura di una nota senza vibrato che di una con. Chiaro è che anche il genere determina l’uso o meno del vibrato. E’ insolito nel rock, ad esempio, è obbligatorio nella lirica.

Questi che ho affrontato sono gli elementi base che ogni cantante dovrebbe conoscere bene, nei prossimi articoli mi addentrerò maggiormente nel mondo che lega il canto alla registrazione, affrontandone tutti gli aspetti.

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Quale correlazione esiste tra sala prove e studio e quali sono gli accorgimenti da adoperare per arrivare preparati alla registrazione?

Una delle sorprese che spesso accadono durante la registrazione è quella di accorgersi di errori armonici oppure di strani incastri fra gli strumenti. E’ evidente che esiste una discrepanza tra sala prove e studio ed è conseguenza di più fattori.

Anzitutto le sale prova sono spesso piuttosto piccole perciò, nella necessità di bilanciare il volume naturale della batteria con quello degli altri strumenti amplificati, si arriva a suonare con volumi piuttosto elevati. Dal punto di vista fisico acustico si scatena una sorta di compressione meccanica da parte dell’orecchio il quale cerca di “difendersi” dall’elevato livello di pressione sonora. Questo si traduce in una limitata capacità di analisi dei dettagli. In studio, invece, nella maggior parte dei casi ciascuno strumento è separato acusticamente e ci si ascolta attraverso un sistema di cuffie dove, ovviamente, i volumi sono regolabili e per caratteristiche proprie del sistema di ascolto si ha maggiore dettaglio nel mix. Per contro, si riduce la sensazione di coinvolgimento soprattutto in generi come il rock.

Il secondo aspetto è legato alla capacità di ascolto di ciascun musicista verso gli altri. Ed è sicuramente il più importante perché non solo aumenta la capacità di rendersi conto di errori o scelte inadatte ma pone le fondamenta per il cosiddetto “suono di insieme”, quella sensazione che fa percepire all’ascoltatore un suono unico invece di tanti elementi distinti. Ovviamente questo richiede che ciascun componente della band abbia padronanza del proprio strumento e della propria parte da eseguire.

Il metodo migliore per iniziare a capire cosa sta succedendo è quello di elaborare una preproduzione. Le modalità con le quali può essere realizzata sono innumerevoli ma il concetto di fondo è sempre lo stesso: generare una stesura del brano sotto forma di bozza che dia la chiara visione di quella che è l’idea del brano in tutte le sue parti. Non è importante la qualità del suono, in questo step è fondamentale la parte artistica e musicale. La preproduzione riguarda quindi la prima forma sonora del brano (composizione, testi e arrangiamento) ed è per sua natura un cantiere aperto ad esperimenti, correzioni, idee. Di preproduzione ne parlerò molto nei miei futuri articoli perché spesso è sottovalutata quando invece rappresenta una bella fetta in termini di importanza nella catena della produzione musicale.

Intanto, già registrarsi con un qualsiasi apparecchio e riascoltarsi è un inizio. Si può già intervenire su diversi aspetti e, soprattutto, rendersi conto del livello al quale ci si trova rispetto alle aspettative. Un ulteriore step può essere quello di confrontarsi con i propri riferimenti (se ci sono) e capire quello che manca e quello che si può migliorare.

E’ doveroso specificare che quello che ho scritto non è applicabile a tutti i generi musicali, ma direi ad un buon 90%. Chiaro inoltre che questo articolo riguarda in particolar modo le band.

Tornando a ciò che separa la sala prove dallo studio direi che è una questione di finalità. In sala prove si va principalmente per “tenersi in forma”, mantenere gli ingranaggi del gruppo ben oleati. Può essere sicuramente un luogo dove nascono idee ma il suo ruolo principale resta quello di una palestra musicale. Esso dovrebbe essere utile alla preparazione di un evento live ma anche alla messa in pratica di ciò che è stato abbozzato in preproduzione. Lo studio di registrazione invece dovrebbe rappresentare l’arrivo della corsa, il luogo e il momento dove si conclude la realizzazione del prodotto finale prima della sua pubblicazione.

Ora che ho introdotto il concetto di preproduzione, nei successivi articoli affronterò i singoli aspetti partendo dai fondamentali.

Let's talk about Music Production

Michael Jackson vendette più di 115 milioni di copie con “Thriller”, i Pink Floyd ne vendettero circa 50 milioni, Eros Ramazzotti sfiorò i 2 milioni con “Dove c’è musica” nel 1996. Questa oggi è preistoria. I dischi “non si vendono più”, lo sanno tutti, o meglio, i dischi si vendono ma in un modo completamente diverso rispetto al passato e, cosa più importante, per un motivo diverso. Non mi dilungherò su questo già conosciuto e dibattuto argomento, ne ho fatto uso solo per introdurre questo articolo: il rapporto tra il budget di produzione e il risultato che ci si prefigge di ottenere.

Il target che oggi il 99% degli artisti vuole raggiungere non può essere più quello delle vendite in senso assoluto. Il prodotto discografico diventa un elemento coadiuvante del proprio escursus artistico. Diventa quello che spesso si definisce “il proprio biglietto da visita“. Il CD diventa un gadget sonoro da smerciare ai propri concerti dal vivo oppure va in upload su Soundcloud per girare il più possibile. Ecco perché è importante a mio avviso osservare il legame che c’è fra il prodotto che rappresenterà l’artista e le risorse destinate per realizzare questo prodotto.

Come la fotografia che il padre scatta al proprio figlio ogni anno per imprimere su carta la prova della sua crescita, così l’artista o la band imprime in studio di registrazione il proprio status attualeuna sorta di fotografia del proprio grado di maturità artistica. A prescindere dalle disponibilità economiche di cui si dispone credo che convenga sempre commisurare le risorse al proprio target. Questo si traduce prima di tutto nel tempo investito nella registrazione. Partiamo dal presupposto che esiste un ordine di importanza nella produzione musicale (ne parlerò in maniera più approfondita nei prossimi articoli); in linea generale al vertice abbiamo le idee, poi l’aspetto qualitativo-musicale e infine la realizzazione tecnica.Tanto per fare un esempio, è poco utile impiegare una giornata di editing per mettere perfettamente in griglia una traccia di batteria se il pezzo ha dei grossi problemi di arrangiamento. Diventerebbe una batteria suonata a tempo in un pezzo che non funziona. In aggiunta si sono spese centinaia di euro. L’artista o la band deve avere un certo grado di autocritica e, di conseguenza, una forte capacità di gestione della produzione.

Una band costituita da bravi musicisti e da un sound unico e inconfondibile deve interessarsi ad una realizzazione accurata, dove l’uso di un compressore analogico contribuisce a creare unicità al prodotto. Con questo non voglio dire che negli altri casi la realizzazione tecnica può essere fatta senza criterio. La professionalità impone rigore, bisogna sempre fare le cose per bene. Piuttosto non bisogna fossilizzarsi su aspetti poco rilevanti rispetto allo stato generale del progetto. Questo è uno dei nodi fondamentali spesso non considerati appieno da parte di chi si autoproduce. Ecco che si finisce per spendere troppo nella maggior parte dei casi ottenendo peraltro un risultato non soddisfacente.

Questo discorso va applicato poi con vari pesi e misure relativamente al genere musicale e persino al singolo brano. Questo perché ogni brano ha la sua storia, le variabili sono pressocché infinite ed è necessaria una visione chiara e completa dell’atteso risultato.

Ho ricevuto troppo spesso richieste del tipo “quanto costa registrare lì”? Bisognerebbe partire dall’esigenza, ossia da quello che si vorrebbe registrare e soprattutto in che modo. A quel punto anche noi fonici / proprietari di studi saremmo in grado, con maggiore accuratezza, di fornire un preventivo. Gli imprevisti e i cambi di rotta ci potranno essere (come spesso accade) ma è necessario partire con le idee chiare.

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L’altro giorno ero in autobus e, riflettendo sul mondo della produzione musicale, mi sono accorto che molti dei musicisti non professionisti che ho conosciuto vivono il mondo della produzione musicale con un certo grado di inconsapevolezza, nel senso che nel decidere le strade da percorrere per la produzione di un disco o di un singolo decidono di “andare in studio” o, meglio, di andare “in quello studio X” perché costa meno oppure perché lì ci ha registrato tizio (che è bravo o famoso) senza però razionalizzare il perché e, soprattutto, senza stabilire in anticipo i modi e gli approcci al progetto.

Soprattutto oggi con la crisi economica che viviamo l’obbiettivo diventa quello di portare a casa il massimo della qualità col minimo sforzo. E questo lo si ottiene solo con scelte ad hoc.

Allora mi sono detto: perché non creare un blog dedicato a tutti coloro che necessitano di una guida e di consigli per arrivare in studio di registrazione nel migliore dei modi? Un blog aperto che consenta anche di confrontarsi e di interfacciarsi con chi si trova al di là del mixer.

Diventa questo l’articolo introduttivo al mio blog, spero che vi piacerà ma soprattutto che diventerà utile anzi, indispensabile.

Ivano Giovedì